Il Rosso e il Nero

L’Espresso 1972 – 10 dicembre 1972

Cosa cerchi piccolo Beria?

 

Berlino. “Il teste ha manifestato il timore di essere ucciso e per questo abbiamo fatto murare le finestre. Ora, signor Ruhland, può stare tranquillo. Pensi bene alle risposte da dare: misuri ogni parola, mi raccomando, senza essere precipitoso. Stia attento a non sbagliare e non guardi dalla parte dell’imputato. La voce del giudice Paul Jericke, presidente della prima sezione penale della Corte d’appello di Berlino, aleggia per qualche attimo premurosa nell’aula n. 700 del Moabiter Kriminalgericht.

“Quante attenzioni per uno spione”, grida  uno spettatore dal fondo. Karl-Heinz Ruhland è il principale testimone d’accusa nel processo contro Horst Mahler, l’avvocato berlinese arrestato due anni fa sotto pesanti imputazioni: costituzione della Raf (Rote Armee Fraktion), l’organizzazione clandestina decisa ad attuare in Germania la guerriglia urbana in vista della rivoluzione generale; partecipazione diretta alla rapina di tre banche, il 29 settembre 1970 a Berlino, che fruttò un bottino di quasi 220 mila marchi (oltre 40 milioni di lire). Accusato e testimone sono seduti uno di fianco all’altro alla destra della corte, sorvegliati a vista da sette poliziotti e protetti da una gabbia di cristallo a prova di pallottola costruita appositamente per il processo. Le tre ampie finestre della sala sono murate con mattoni fino a tre metri d’altezza, mentre agenti in divisa e in borghese sono mescolati tra giornalisti e pubblico. Fuori, col mitra in spalla, gli agenti di polizia sono un po’ dovunque: appostati sui tetti delle case vicine, sulle autoblindo davanti al portone di Moabit, nei corridoi e sulle scale del palazzo di Giustizia. Per arrivare nell’aula ogni persona è stata perquisita due volte con le sonde elettroniche, all’ingresso del tribunale e poi nel corridoio s’accesso all’aula.

 

Lunga marcia nel sistema. Prima dell’arresto, Ruhland e Mahler facevano parte dello stesso gruppo politico, ma forse non si erano mai incontrati. Sulla trentina, biondissimo, Ruhland faceva l’operaio in un’officina. Mahler invece era il giovane professionista di grande successo, l’intellettuale impegnato politicamente. Esponente a suo tempo dell’Sds (l’associazione di studenti socialisti) alla Freie Universität di Berlino, già a 28 anni era riuscito ad affermarsi come avvocato brillante con uno studio in proprio e una clientela di prim’ordine. Nel 1967 era stato uno dei promotori a Berlino del Republikanischer Club, una specie di partito d’azione formato da liberali, socialisti e radicali di sinistra, aveva partecipato in prima fila – con camicia e cravatta, cappello di feltro e ombrello – alle grandi manifestazioni studentesche del 1968 per il Vietnam, l’attentato a Rudi Dutschke eccetera.

Nel marzo 1970, però, da avvocato diventa imputato: per gli incidenti dell’aprile 1968 davanti alla sede dell’editore Springel, Mahler viene condannato a 10 mesi. Intanto, la situazione del movimento studentesco e della sinistra radicale in genere ha subito profonde modificazioni. L’Sds si è frazionata in decine di gruppi incapaci tutti di stabilire un serio collegamento con una base operaia che per lo più non ritiene di aver bisogno di loro. Molti degli studenti più preparati trasmigrano nelle organizzazioni della sinistra tradizionale, nella federazione giovanile dell’Spd (gli Juso) e nel ricostruito partito comunista (Dkp), secondo la prospettiva strategica della “lunga marcia attraverso le istituzioni”.

E’ in questo clima politico che matura l’azione più clamorosa di quella primavera berlinese. Il 14 maggio 1970, nell’istituto di scienze sociali dell’università, il giovane detenuto-studente Andreas Baader viene liberato armi alla mano da un gruppo di compagni guidato dalla nota giornalista Ulrike Meinhof; nella sparatoria con gli agenti viene colpito un fattorino. Nel corso dell’indagine si scopre che il permesso di uscire di prigione per recarsi all’università è stato ottenuto per Baader dall’avvocato Mahler. Lo stesso Mahler, con la Meinhof e Baader, sono segnalati un mese dopo in Libano, in un campo d’addestramento di fedain. I tedeschi che sono andati a imparare la guerriglia sono una ventina: “La cosa che ci piaceva di più era sparare” ha testimoniato uno di loro, il giornalista Peter Homann, il quale più tardi si consegnerà spontaneamente alla polizia: “Ma non andavamo d’accordo né tra noi né con gli arabi: per il mangiare, per la scarsezza delle munizioni, soprattutto perché il comandante del campo pretendeva di dividere le donne dagli uomini, senza capire il significato rivoluzionario del libero amore… Quanto a Mahler, alcuni di noi  lo chiamavano ‘piccolo Beria’: quando per esempio decisi di abbandonare il campo, lui voleva farmi un regolate processo”. Un’esperienza insomma non felice, come confermano d’altronde gli stessi fedain.

Il gruppo comunque nell’agosto del 1970 se ne torna a Berlino (così almeno afferma l’accusa) ed è a questo punto che nasce la Raf. Verso la fine del mese c’è una rapina in un supermarket, poi, il 29 settembre, la clamorosa azione contro le tre banche berlinesi, operata da tre commandos diversi nel giro di dieci minuti. “La grande città è un ammasso di obiettivi da colpire” è scritto sul manuale della Raf (Formare l’armata rossa). “La guerriglia deve chiarire che i propri attacchi sono diretti contro tutte le istituzioni del nemico di classe, contro tutti gli uffici amministrativi e stazioni di polizia, contro tutti i centri direttivi dei grandi complessi”. Dieci giorni dopo l’assalto alle banche, Mahler è arrestato dalla polizia di Berlino che è arrivata al suo nascondiglio, nella Knesebeckstrasse 89, grazie a una soffiata: ha una parrucca in testa e in tasca una pistola e dei documenti falsi. Due mesi dopo, a Düsseldorf, viene arrestato anche Karl-Heinz Ruhland, pure implicato nelle rapine berlinesi e in altre azioni attribuite alla Raf.

 

La classe operaia corrotta. Ma cos’ha spinto un intellettuale di successo come Mahler, o come la giornalista Meinhof, ad assumere posizioni politiche così estreme, al punto da girare per le strade con pistola e documenti falsi? “Già ai tempi del Republikanischer Club”, afferma il professor Johannes Agnoli, della Freie Universität, “Mahler cercava una via diversa per il successo delle dinistre, un’altra prospettiva strategica. Dopo i contatti con la Meinhof, questa via è sembrata concretizzarsi nella guerriglia urbana: una strategia che s’illudeva di far scoppiate i conflitti latenti nella società per convogliarli  in lotta di massa”.

Ma con quale base di massa? “All’inizio sia Mahler sia la Meinhof pensavano alla base operaia (nel 1968 la giornalista sosteneva per esempio che era necessario fare un giornale per i lavoratori). Ma quando hanno constatato che la classe operaia non si identificava con la Raf, hanno giudicato ‘corrotta’ la classe operaia, affidandosi alla volontà rivoluzionaria degli studenti”.

Senonché neppure gli studenti si sono mai identificati con la Raf. Così, in un crescendo di tensione e isteria, ulteriormente dilatate nell’immagine che ne forniva la grande stampa di Springer. il gruppo Baader-Meinhof è rimasto sempre più isolato, mentre le sue azioni fornivano pretesto alla destra per spaventare i ceti piccolo-borghesi e lavoratori e bloccare le loro rivendicazioni. Intanto, oltre a una quantità di attentati, furti di auto, armi e documenti, la polizia continuava ad attribuire alla banda B/M un’infinità sterminata di reati: ben 17 rapine in banca (bottino 230 milioni), tra qui quella sanguinosa del 22 dicembre 1971 a Laiserlautern, nella quale un agente di polizia è rimasto ucciso.

 

Telefonate anonime.  A metà maggio si hanno in Germania sei attentati attribuiti alla Raf: una esplosione al circolo ufficiali Usa di Francoforte provoca un morto e diversi feriti; alcune bombe scoppiano in due stazioni di polizia in Baviera (ad Augusta e Monaco), nella sede dell’editore Springer (ad Amburgo) e nella casa di un giudice (a Karlsruhe); ad Heidelberg, infine, due macchine imbottite di tritolo fanno saltare la sede del quartier generale americano, provocando tre morti e cinque feriti.

La caccia all’uomo si scatena in proporzioni mai viste in Germania nel dopoguerra, con elicotteri, poliziotti armati in tutte le stazioni di servizio sulle strade, controlli agli aeroporti ecc. La stampa di Springer invoca maggiori finanziamenti e poteri per la polizia, e attacca a fondo il governo. E a un tratto, nel giro di 15 giorni, il gruppo Baader-Meinhof viene sgominato. Telefonate anonime, secondo la versione ufficiale, portano la polizia nei nascondigli prima di Baader, Meins e Raspe a Francoforte (1 giugno), poi di Gudrun Ensslin, l’amica di Baader, ad Amburgo (7 giugno), infine di Ulrike Meinhof ad Hannover (16 giugno). E’ accertato che la polizia aveva ormai due informatori nella Raf, così come è sicuro che è stato il cancelliere Brandt in persona a impegnarsi per mettere in azione la polizia e bloccare così la campagna di destra.

 

A Monaco avrei fatto così. Ora il procedimento contro Mahler, a due anni di distanza dall’arresto ma così vicino a questi ultimi avvenimenti, cade nel clima più sfavorevole per l’imputato. E’ egli complice dei reati commessi dalla banda, oppure i suoi rapporti con Baader e la Meinhof erano solo di natura ideologica? Mahler ha sempre riaffermato, nella citata lettera a Böll e nella dichiarazione iniziale davanti ai giudici, il suo appoggio alla linea politica espressa dalla Raf; non ha però mai ammesso nessuna delle contestazioni relative alle rapine, ai furti, alle violenze compiute dalla banda o ad essa attribuiti. “E’ appunto su questo”, dice Otto Schily, l’avvocato di Mahler, “che la pubblica accusa e la corte insistono: nel mettere in risalto l’aspetto criminale e banditesco dell’imputato, per colpirlo così anche più duramente sotto l’aspetto politico nel suo ruolo di Redelsführer, eversore-capo. Per questo si sono scelti il momento adatto, la corte adatta, il testimone adatto”.

Già alla prima udienza la corte ha mostrato precipitazione, e secondo qualche commentatore anche incompetenza. Mahler sta leggendo la sua dichiarazione politica, e a proposito dei fatti alle olimpiadi di Monaco [la strage di atleti israeliani nel villaggio olimpico] a un certo punto afferma: “Se i compagni di Settembre nero hanno commesso un errore, esso consiste nel non aver preso come ostaggio il ministro Genscher”. Parte del pubblico applaude, parte fischia, il pubblico ministero protesta, i giudici si inquietano. Finché il presidente fa sgombrare l’aula escludendo il pubblico per tutto il resto dell’udienza. Per il codice di procedura tedesco, ciò può essere causa di revisione assoluta del processo, e i difensori si riservano di far valere tale facoltà.

Nei giorni seguenti, gli avvocati di Mahler protestano contro la corte accusandola di usare nei confronti dei testi un atteggiamento di favore: per esempio suggerendo le risposte, oppure sopportando le reticenze di alcuni agenti di polizia, o ancora concedendo sospensioni dell’udienza quando un teste è alle corde di fronte alle contestazioni dell’avvocato difensore.

Ma è soprattutto con Ruhland, il teste principale, che il presidente Jericke metterebbe in mostra eccessiva comprensione. Dopo l’arresto nel dicembre 1970, Ruhland ha confessato, ottenendo nel successivo processo una sentenza abbastanza mite (4 anni e mezzo). Senonché, col passare delle settimane, le “rettifiche”, le “precisazioni”, i “successivi chiarimenti” apportati alla confessione si sono moltiplicati fino a formare un volume di 700 pagine. “E la sua versione”, dice l’avvocato Schily, “è diventata via via più precisa e completa: molte persone che prima diceva di non conoscere più tardi le ha riconosciute, e così via su tantiparticolari. Logicamente ciò fa il gioco della polizia, che cerca di coinvolgere il maggior numero di persone”.

 

Un volume di rettifiche. Su queste 700 pagine Mahler ha interrogato personalmente, per due udienze complete, l’ex compagno della Raf. La grossa testa quasi calva appoggiata sul palmo della mano, gli occhiali leggeri e la folta barba nera, egli ha di nuovo l’aria dell’avvocato di successo, e la voce di Ruhland comincia a zoppicare. Spesso interviene il presidente Jericke: “Ci pensi bene, signor Ruhland, pensi bene a ogni parola”. Allora Ruhland rettifica, o risponde come una litania: “non ricordo”, “Non so”, “Non posso rispondere”. “E’ una verità antica, caro Ruhland” gli dice Mahler a un certo punto: “chi deve mentire ha bisogno di buona memoria…”.

Ruhland era dunque un agente della polizia intrufolato nella Raf? L’avvocato Schily non lo crede: “Non è un provocatore, ma una vittima”. E aggiunge che in carcere Ruhland si è confidato con cinque compagni detenuti. Ha detto che la polizia e la magistratura inquirente l’avevano messo sotto pressione: se collaborava sarebbe uscito presto, ma se non collaborava poteva essere accusato per tentato omicidio e beccarsi da 13 a 15 anni. Naturalmente questi cinque detenuti sono stati convocati come testimoni dalla difesa, insieme con altri più famosi: i capi della Raf Baader, Meinhof ed Ensslin, e persino il presidente della Csu bavarese, Franz Josef Strauss.

Così il processo è arrivato alla 22.ma udienza e intanto, su richiesta della difesa,il presidente del tribunale Jericke è stato ricusato e sostituito da uno dei giudici a latere. Ma al di là di ogni possibile sviluppo o atto clamoroso, quasi tutti i commentatori e gli stessi protagonisti sono convinti che Mahler non uscirà tanto presto di prigione.

 



 

L’Espresso 1973 – 19 agosto 1973

Piazza Fontana: una spia dentro l’altra

 

Milano. Siamo ormai alla fine della pista nera? Tornato la settimana scorsa dalle ferie, il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio sta esaminando, nella quiete del palazzo di Giustizia, in questi giorni deserto, gli ultimi rapporti informativi che gli sono pervenuti su alcuni personaggi minori della trama nera culminata con la strage di piazza Fontana a Milano. Ci sarà poi, probabilmente, una breve serie di confronti tra imputati e testi per mettere a punto gli ultimi dettagli; dopodiché, a meno di sorprese clamorose, l’istruttoria potrà dirsi conclusa col rinvio a giudizio dei neofascisti veneti? Quali le imputazioni per Franco Freda a Giovanni Ventura, detenuti in attesa di giudizio dalla fine del 1971?

I fatti e le prove, innanzitutto. Le indagini del giudice di Treviso Giancarlo Stiz erano partite dal racconto fatto da Guido Lorenzon a un avvocato trevisano, alla fine del 1969, delle confidenze ricevute dall’amico Ventura. Sulla base di questa testimonianza (ad un certo punto ritrattata ma subito riconfermata), il giudice Stiz lavorò per più di un anno concludendo con l’imputazione di Freda e Ventura per “aver costituito su tutto il territorio nazionale una centrale di sovversione e gruppi di terroristi dinamitardi”. In particolare i due fascisti veneti erano indiziati come responsabili di una sequenza terrificante d’imprese, tutte messe in opera nel 1969 dopo una riunione ad alto livello tenuta a Padova il 18 aprile: attentati allo stand Fiat della fiera campionaria e all’ufficio cambi della stazione centrale di Milano il 26 aprile (19 feriti); attentati ai treni l’8 agosto, con bombe che scoppiano su sette convogli diversi in carrozze di prima classe (5 feriti); infine la strage del 12 dicembre (16 morti e 88 feriti) alla Banca dell’agricoltura di Milano, più una bomba inesplosa alla Banca Commerciale e altre due scoppiate senza vittime a Roma, alla Banca nazionale del lavoro e sull’Altare della patria.

Tutti questi fatti, in precedenza, erano stati attribuiti agli anarchici e in particolare a Pietro Valpreda e ai suoi amici del circolo XXIV marzo. Che cosa poi aveva indotto Stiz a battere con decisione un’altra pista?

 

La prova dei timer. Stiz aveva scoperto, nel novembre del ’71, due depositi di armi ed esplosivi: una cassa con mitra, pistole e gelatina ad altissimo potenziale (come quella usata a piazza Fontana) nella soffitta di Giancarlo Marchesin, un consigliere comunale di Castelfranco Veneto al quale le armi erano state affidate da Ventura; e altre quattro casse dello steso tipo (americane) trovate dai carabinieri nella grotta di Aurisina, sempre nel Trevisano, su segnalazione di un amico di Ventura. Stiz aveva anche accertato che Freda si era procurato 50 timer (gli interruttori a tempo che possono servire per innescare bombe) acquistandoli direttamente a Bologna, ma non aveva ancora la prova che fossero gli stessi usati alla Banca dell’agricoltura.

In complesso dunque l’inchiesta Stiz era basata su prove e indizi testimoniali: oltre a quella iniziale di Lorenzon, c’erano le testimonianze di Ruggero Pan (un impiegato di Ventura) sugli esplosivi, dell’elettricista Tullio Fabris sui timaer, del bidello fascista Marco Pozzan sulla riunione del 18 aprile a Padova.

Passata a Milano per competenza territoriale e affidata ai magistrati D’Ambrosio, Alessandrini e Fiasconaro, l’inchiesta sulla trama nera si andava via via “corroborando”, come dicono i giudici, con una serie di elementi probatori materiali, quindi importanti. In primo luogo la prova del timer, e cioè la scoperta, attraverso una nuova perizia sui reperti di piazza Fontana, che gli interruttori a tempo usati per la strage erano dello stesso tipo di quelli acquistati da Freda.

A questo punto scatta un’operazione da classico poliziesco. Si cercano tutti i timer 60 m/ain circolazione all’epoca della strage: sono 57 in tutto quelli venduti prima del 12 dicembre 1969, 2 a un ingegnere di Reggio Emilia, 5 a un tecnico di Padova, gli altri 50 appunto a Franco Freda. Il quale da questo momento è quindi individuato, anche se continua a mantenere un suo atteggiamento di sfida sprezzante o di folle indifferenza.

 

La patente gauchista. E Giovanni Ventura, i cui avvocati proprio nei giorni scorsi hanno avanzato richiesta di scarcerazione immediata? La sua cagliostresca personalità politica si rivela anche nel modo in cui ha impostato la sua linea difensiva. L’editore di Treviso, nel ’68-69, quando ancora la vigilanza nei confronti dei provocatori e degli infiltrati non era in atto, era riuscito abbastanza abilmente a farsi passare per uomo di sinistra: strinse legami con personaggi non certo di destra e con intellettuali di sinistra contattati nel campo delle collaborazioni editoriali. Incarcerato come fascista insieme a Freda, Ventura si è subito dissociato dalle posizioni di quest’ultimo rivendicando un suo ruolo di uomo di sinistra infiltrato a destra, appunto per controllare e spiare i fascisti.

Al servizio di chi? Della Romania, sostiene l’editore, accennando a un certo Guido che gli avrebbe fatto da tramite. Ma quando si scopre che questo Guido non sarebbe altri che il giornalista di estrema destra Giannettini, la patente gauchista dell'”agente di spionaggio” Ventura svanisce.

Amico personale dell’ex capo di stato maggiore Giuseppe Aloja ed esperto di questioni militari, Giannettini ha in effetti lavorato per il Servizio segreto della difesa (Sid) ed è stato in contatto con Ventura (come dimostrano i rapporti informativi trovati in una cassetta di sicurezza intestata alla madre dell’editore, che sono risultati battuti sulla macchina da scrivere del giornalista romano). Ma non è certamente un uomo di sinistra, come risulta se non altro da un suo intervento a un convegno sulla guerra rivoluzionaria anticomunista tenuto tempo fa all’albergo Parco dei principi, a Roma, dove Giannettini sosteneva la necessità di infiltrare fidati elementi fascisti nei gruppi di sinistra…

 

Il Sid era al corrente? Se dunque Ventura, attraverso Giannettini, ha funzionato almeno in parte da spia del Sid, un nuovo grande interrogativo si presenta: il Sid era o no al corrente dei piani per il 12 dicembre? E’ questa l’ultima scialuppa di salvataggio per Ventura, specie da quando l’inchiesta dei giudici milanesi ha demolito il suo alibi relativo appunto a quel giorno, 12 dicembre 1969. Quel giorno l’editore era andato a Roma, ma non, come egli sostiene, per soccorrere il fratello colpito da un attacco epilettico: il fratello si ammalò infatti due giorni dopo, il 14. E non è allora possibile, sostengono gli inquisitori, che Ventura si sia recato a Roma per portarvi le due borse con le bombe, collocandone poi una alla Banca nazionale del lavoro? Tanto più che qualche giorno più tardi, confidandosi con l’allora amico Lorenzon, l’editore tracciò uno schizzo preciso del sotterraneo della banca dove era stata lasciata la bomba.

E’ questo un punto chiave della vicenda per quanto riguarda i “taciti controllori” della trama nera, come direbbe Giannettini. Ma non è l’unico. La questione delle borse usate per gli attentati del 12 dicembre ha chiamato infatti in causa, in modo clamoroso, un altro centro nevralgico dello Stato. Per come sono state indirizzate le indagini subito dopo la strage, cioè nell’unica direzione mirante a incriminare Valpreda e gli anarchici, la magistratura milanese ha interrogato come indiziati di reato tre superpoliziotti (il vicecapo della polizia Elvio Catenacci, il dirigente della squadra politica di Milano Antonino Allegra, e quello di Roma Bonaventura Provenza) che evidentemente in questa azione seguivano direttive emanate nell’ambito del ministero dell’Interno, da cui dipendevano. Ora, i risultati delle nuove perizie sulle borse provano la precisa rilevanza degli indizi trasmessi da Padova subito dopo il 12 dicembre: almeno due delle borse usate negli attentati sono state acquistate nella valigeria Al Duomo di Padova, due giorni prima della strage.

 

Emorragia di testimoni. Come si vede, gli interrogativi cui si accingono a rispondere i magistrati milanesi sono delicatissimi. E l’emorragia di testimoni e di indiziati di reato susseguitasi a getto continuo in questi anni, non ha certo giovato alla chiarezza della inchiesta. Sono spariti infatti alcuni personaggi importanti, come il bidello Pozzan, che fece il nome di Pino Rauti tra i partecipanti alla famosa riunione del 18 aprile a Padova, e il professor Marco Balzarini, inseparabile camerata di Freda per tutto il 1968-69. E’ morto il portinaio Alberto Muraro, “precipitato” dalle scale in circostanze misteriose proprio alla vigilia di un processo in cui avrebbe testimoniato contro alcuni fascisti, ed è sparito il consigliere comunale del Msi di Padova Massimo Fachini, amico di Freda, incriminato da D’Ambrosio appunto per la morte di Muraro.

Non ha risposto all’invito dei magistrati neppure Guido Giannettini, il quale ha fatto le valigie appena in tempo per evitare la chiamata a Milano: vado in Germania per lavoro, ha detto ai famigliari, ma c’è chi assicura di averlo visto a Roma intento nei traffici di sempre. Da tempo mancano poi dalla piazza i due personaggi chiave delle trame nere in Italia: Junio Valerio Borghese e Stefano Delle Chiaie.

E’ rimasto nella rete invece Claudio Orsi, fatto arrestare da D’Ambrosio in relazione agli attentati ai treni. Dirigente ferrarese del comitato pro Freda, il nipote del quadrumviro Italo Balbo dà all’inchiesta, se non altro, un po’ di colore “storico”: la prova della continuità e tradizione fascista.

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