I baroni della sanità

Milano, il bisturi e il plagio

 

Astrolabio 1968/36 – 15 settembre 1968

 

Plagio. Un primario dell’Ospedale Maggiore di Milano dichiara davanti al magistrato di essere stato suggestionato dal suo aiuto, di essere stato costretto, in stato di grave choc psichico, a interventi chirurgici non necessari e pericolosi, a errori grossolani nel corso degli stessi, a scritture inesatte nell’elaborazione delle cartelle cliniche Dello stesso tenore è una perizia di parte depositata presso l’autorità giudiziaria per conto del sovrintendente dell’Ospedale Maggiore, e compilata da due dei più insigni medici milanesi docenti universitari e primari al Policlinico. Il “plagiatore” si sarebbe avvalso del suo ascendente sul superiore per screditarlo professionalmente, farlo cadere in disgrazia e prendere in tal modo il suo posto. L’accusa è pesante: l’ultimo anello di una catena fatta di insinuazioni, ricatti, denunce, intimidazioni, che dura da anni; l’ultimo tentativo per bloccare una verità che mette in serio imbarazzo buona parte della élite medica lombarda. Il temerario aiuto primario che vuol portare in tribunale tanti colleghi nella veste di imputati è già stato più volte invitato, con le buone e con le cattive maniere, a lasciar perdere: le sue domande di trasferimento dal posto occupato non hanno avuto esito, la sua prova di concorso per il primariato è stata invalidata per irregolarità formali, persino il suo stipendio è stato decurtato. E gli stessi riguardi, tutti quanti, sono stati riservati al suo collega aiuto anestesista che coraggiosamente si è assunto il compito e la responsabilità di far da testimone. Poi la sospensione dall’incarico, il licenziamento, l’infamante accusa di plagio.

Ma plagio non c’è stato. Con recente sentenza del giudice istruttore del tribunale di Milano (e successivo appello del Procuratore generale) l’aiuto primario viene completamente scagionato “perché il fatto non sussiste”. In compenso alcuni noti medici milanesi vengono rinviati a giudizio per omicidio colposo, altri sono liberati dall’incriminazione grazie alla sopraggiunta amnistia del 1963, altri infine non compariranno in tribunale perché nel frattempo defunti.

 

La denuncia. Quasi sette anni fa, alla fine del gennaio 1962, il professor Lorenzo Sarti, aiuto primario della divisione Passera all’Ospedale Maggiore di Milano veniva sospeso per un mese da ogni attività “in via cautelare”. Al prof. Sarti il Consiglio di amministrazione contestava l’addebito di aver divulgato “notizie profondamente lesive del buon andamento e del prestigio” dell’ospedale stesso, e questo per aver egli denunciato all’autorità giudiziaria casi di “grave trascuratezza, di incompetenza, di colposo difetto di soccorso” che si sarebbero verificati all’interno degli Istituti Ospedalieri.

“Come mai – si chiedeva il commentatore del Giorno del 26 gennaio 1962 – un sanitario, ormai affermato dal punto di vista della carriera, ha deciso di giocare il tutto per tutto rendendo clamorosamente pubblici fatti ed episodi che una secolare tradizione di riservatezza tiene normalmente segreti, nel chiuso dei verbali delle commissioni scientifiche d’inchiesta, nominate scegliendo gli esponenti più conosciuti dei diversi settori?” C’erano evidentemente dei motivi di ordine anche personale dietro quell’azione tanto inattesa, la prima azione decisa portata avanti da un medico contro il sistema dei medici. Si disse che era la reazione di un puledro di razza tenuto troppo a lungo alla briglia. In ogni caso, Sarti veniva licenziato nove mesi dopo, alla scadenza dell’ottennio di nomina.

Nell’annunciare il provvedimento di sospensione, il Consiglio di amministrazione dell’ospedale riaffermava (vedi Corriere della Sera del 26 gennaio) che il funzionamento dei reparti rispondeva a “ogni esigenza di regolarità amministrativa”, che la classe sanitaria ospedaliera era “all’altezza delle migliori tradizioni milanesi”, che, infine, non aveva ritenuto di dover proporre denuncia all’autorità giudiziaria per i fatti rivelati dal Sarti e confermati dal prof. Colucci, aiuto anestesista, perché “nonostante le segnalazioni, sempre incomplete e reticenti, dei due predetti aiuti (Sarti e Colucci), non risultarono estremi di reato che giustificassero la presentazione di un rapporto”.

“Ogni volta che, come può agevolmente accadere in un grande complesso con 5 mila degenti – così teneva a precisare l’Amministrazione – sorgono dubbi su presunti inconvenienti terapeutici e sull’assistenza in generale, vengono effettuati rigorosi accertamenti”. I “presunti inconvenienti terapeutici” in base ai quali il prof. Sarti aveva chiesto l’intervento della magistratura erano cinque, quelli per i quali potevano essere portate delle prove: tre piccoli morti tra il luglio 1959 e il gennaio 1960 (Luciana Michelon, Stefano Gerosa, Rita Dainelli) perché non operati in tempo, inoltre una bambina, Gilberte Assal, e una signora, Anita Masi, gravemente lese in organi vitali durante normali interventi per imperizia del chirurgo (le due donne guarirono in seguito, dopo essere state trasferite in altre cliniche).

 

Il plagiato. I “rigorosi accertamenti” annunziati dall’Ospedale Maggiore erano già stati affidati a due eminenti personalità del Policlinico, i professori Guido Oselladore e Guido Melli, che depositarono le loro relazioni cliniche al Procuratore della Repubblica nel luglio J 962. Era, in pratica, una denuncia per calunnia contro il prof. Sarti, presentata in nome e per conto del prof. Germano Sollazzo, sovrintendente dell’ospedale.

Prendendo in esame tre dei cinque casi sollevati dal Sarti, i periti ne contestavano globalmente la validità. Era sorto, in verità, un piccolo problema riguardo a un caso (quello della paziente Anita Masi): le loro dotte argomentazioni si trovavano infatti in contraddizione con quanto era scritto sui referti operatori. Soluzione: quanto riportato dai referti non rispondeva a verità: il primario che aveva vergato i documenti (il prof. Sostegni, superiore del Sarti) era in completa balìa del suo aiuto, da lui suggestionato a tal punto da ripetere sulla carta le sue false affermazioni. “A leggere codesto referto – si legge a pag. 12 del documento Oselladore-Melli-Sollazzo – anche un profano resta sorpreso e perplesso, perché difficilmente gli sfugge che esso ha le caratteristiche di un autentico atto di accusa contro se stesso… Non riesce difficile rendersi conto che il Sostegni… si è lasciato andare ad asserzioni che sono in parte assai poco verosimili, in parte spiegabili soltanto con un lapsus calami”. Poi alle pagina 22-23: “Il Sostegni si indusse a fare alla Masi il secondo intervento soltanto quando il Sarti gli fece credere che una fìstologia aveva dimostrato che la via biliare era interrotta; mentre era vero soltanto che la fìstologia non aveva dimostrato nulla … “. Alle pagine 17-18: “Evidentemente l’autoaccusa di aver leso insieme vena porta e arteria epatica, nonché l’affermazione di averle riparate entrambe, il Sostegni dovette scriverla nel suo reperto operatorio dietro l’indicazione datagli dal Sarti alla fine dell’intervento”. Dunque, alle pagine 12-13: “L’unica verosimile spiegazione sta nella più che probabile suggestione esercitata sul prof. Sostegni dal prof. Sarti”.

 

Il bisturi insicuro. Poco più di un anno dopo, nell’agosto del 1963, la commissione peritale nominata d’ufficio dalla magistratura e composta dai professori Cattabeni (a quell’epoca rettore dell’Università di Milano), Chiatellino e Mauri, depositò i risultati dell’inchiesta: in essa, punto per punto, tutte le circostanze sanitarie contenute nell’esposto Sarti venivano riconosciute come rispondenti al vero. False dunque le argomentazioni e i documenti di prova portati dalla perizia Oselladore-Melli-Sollazzo; vero, al contrario, in relazione al caso di Anita Masi, che “… la via biliare principale era interrotta in un punto non definibile” e che, nel corso del secondo intervento, ”certamente indagoso e difficile”, vi furono ”lesioni vascolari avvenute durante le manovre di dissezione, interessanti sia elementi venosi che arteriosi, lesioni che comunque vennero riparate dal Sarti”.

Caduta in questo modo l’assurda accusa di plagio nei confronti del professor Sarti, restava ancora aperta la vera questione di fondo: nei casi denunciati dal Sarti c’era stata, e in che misura, trascuratezza e incompetenza da parte dei sanitari implicati’? Fino a che punto costoro ne erano responsabili e quindi penalmente perseguibili? La perizia d’ufficio, in questo. mostrava dì non avere dubbi: nessuna colpa generica o specifica poteva essere ravvisata nel comportamento dei sanitari. Il criterio informatore di tale giudizio è così riportato nella sentenza del giudice istruttore: “Non è giuridicamente imperito il medico che dimostra minore cultura professionale o abilità tecnica di un altro, ma quello che non possiede quel tanto di abilità tecnica o di cultura professionale che si richiede alla maggior parte dei medici di eguale posizione professionale; analogamente andrebbero formulati i giudizi sulla negligenza e sull’imprudenza del sanitario: donde la enorme difficoltà di valutare e comprovare la colpa penale del medico. Laddove vi è margine per la opinabilità nella portata di una condotta non può esservi colpa in senso penale”.

 

Al contrario, un’esatta e approfondita ricostruzione di tutta la vicenda ha portato il giudice istruttore su posizioni del tutto diverse. Il primo caso documentato nell’esposto Sarti si era verificato nel luglio 1959. La piccola Luciana Michelon, di 2 mesi, era stata ricoverata al reparto pediatrico Mariani dell’Ospedale Maggiore di Milano il giorno 14 con diagnosi di broncopolmonite in soggetto distrofico. Per due giorni, malgrado le sue condizioni si facessero sempre più gravi, con rantoli polmonari, cianosi, tachicardia, non si procedette a esame radiografico, ma si continuò semplicemente con terapie antibiotiche. Solo il giorno 17, quando il caso si presentava ormai gravissimo, venne eseguita una radiografia, che confermò quello che tutti i sintomi visibili facevano già da tempo intendere: pneumotorace sinistro, con immediata necessità di intervento operatorio.

In questi casi, la prima misura di pronto soccorso consiste nell’applicazione di un drenaggio, operazione che è alla portata di qualsiasi medico, e anche di qualsiasi non medico (si tratta di infilare un comune ago da siringa nella parete toracica del malato). Ma questo intervento di pronto soccorso non venne compiuto nel più grande ospedale di Milano. Per alcune ore, la piccola Michelon fu sballottata da un padiglione all’altro senza ricevere assistenza alcuna, e solo alle 11,30 venne presa in cura alla divisione Passera. Ma era ormai troppo tardi. La piccola morì alcune ore dopo l’intervento per pneumotorace da stafilococco. Dunque: trascuratezza da parte dei sanitari del reparto Mariani (prof. Cislaghi primario, prof. Quarti Trevano aiuto pediatra) per non aver proceduto subito all’accertamento radiografico, colposa omissione di soccorso quando il trattamento minimo era a tutti chiarissimo e, infine, mancato tempestivo ricovero nella divisione più attrezzata per simili contingenze, nel caso la divisione Passera.

Per comprendere quest’ultimo aspetto del caso è necessario risalire a una disposizione che il sovrintendente dell’ospedale prof. Sollazzo aveva tassativamente impartito qualche mese prima. Secondo tale disposizione, nessuna operazione di chirurgia toracica doveva essere effettuata alla divisione Passera, “malgrado sussista agli atti – si legge nella sentenza – la prova di una specifica preparazione in tale campo acquisita dal prof. Sarti”. Questa misura mirava in pratica a riservare tutta l’attività di chirurgia toracica dell’ospedale a un solo sanitario e alla sua corte, un luminare di grande fama qual era il professor De Gasperis (ora scomparso), che in concreto deteneva il monopolio in tal genere d’interventi.

In seguito la disposizione Sollazzo doveva essere all’origine di altri due casi, pressoché analoghi tra di loro, che terminarono con la morte di due neonati nel giro di un mese. Stefano Gerosa era stato ricoverato il 26 dicembre 1959 alla divisione di guardia (prof. Bariatti primario, prof. Gagliardi aiuto) per un intervento d’urgenza: presentava una grave malformazione congenita all’esofago, con possibilità di sopravvivenza valutabili intorno al 50 per cento. Ma l’operazione avvenne solo due giorni più tardi, e non alla divisione Passera, la meglio attrezzata per casi del genere, ma in quella di chirurgia toracica (in osservanza alle direttive del prof. Sollazzo). Operatore fu l’allora assistente del prof. De Gasperis, il dott. Renato Donatelli (“non autorizzato tra l’altro – si legge nella sentenza – a sostituire il primario”). L’esito fu fatale: “deiscenza delle suture sottoposte a trazione”, secondo la perizia d’ufficio. La stessa sorte toccò alla neonata Rita Dainelli, ricoverata nello stesso stato del piccolo Gerosa il 13 gennaio 1960: uguale attesa prima dell’intervento, uguale operatore (dott. Donatelli), uguale esito: “deiscenza delle suture sottoposte a trazione”.

Proprio in quei giorni si stava risolvendo il caso di Gilberte Assai, l’undicenne bambina francese ricoverata il 26 settembre 1959 alla divisione Passera con diagnosi certa di enteroragia. Si trattava di togliere un polipo intestinale delle dimensioni di un grosso cece: un’operazione di normale difficoltà, che tuttavia il prof. Sostegni, primario della divisione, non riuscì a portare a termine felicemente. Provocò anzi la perforazione del colon e, nel successivo intervento riparatore, aggravò il tutto (lesione della vescica) fino a portare la paziente in grave pericolo di vita. La piccola Assai uscì dall’ospedale con gravi lesioni vescicali e intestinali dopo 162 giorni di ricovero, per volontà del padre: trasferita in una clinica di Parigi, fu sottoposta dopo 13 giorni a una nuova operazione dalla quale usci completamente guarita. “Non può non scorgersi – si legge nella sentenza del giudice istruttore – nel comportamento del Sostegni un profilo di colpa punibile. Trattasi, anzi, di imperizia oltre che d’imprudenza, giacché da un primario chirurgico… per di più di fronte a un caso non così arduo… è lecito attendersi qualcosa di più del bagaglio normale di cognizioni e di esperienze tecnico professionali”.

 

La casta degli intoccabili. Dopo il caso Assai, i professori Sarti e Colucci chiesero a più riprese la convocazione del Consiglio di amministrazione dell’ospedale, allo scopo di riferire sulla difficile situazione di lavoro esistente nella divisione Passera. Vennero da loro richieste relazioni e testimonianze sull’operato tecnico del Sostegni, ma nessun provvedimento fu preso e il primario continuò a operare ancora, mese dopo mese, quantunque egli mostrasse, “con il suo comportamento esteriormente ostensibile di insicurezza e di irresolutezza nelle sue azioni e nelle sue volizioni”, di essere ormai poco idoneo a svolgere funzioni di primario.

Il 30 aprile 1961 venne ricoverata nella divisione Passera la signora Anita Masi, 50 anni, per colica epatica e calcolosi biliare. Anche in questo caso il Sostegni operò una prima volta malamente, provocando l’interruzione della via biliare, e aggravò i danni nel secondo intervento (lesioni della vena porta e dell’arteria epatica, immediatamente suturate dal Sarti). La Masi guarì in seguito a una terza operazione, effettuata dopo 4 mesi dal prof. Staudacher, del Policlinico. “Poiché dunque – si legge nella sentenza – sussistono elementi specifici di colpevolezza dell’imputato in ordine al delitto ascrittogli, il Sostegni dovrebbe essere rinviato a giudizio, ma, purtroppo, ricorrono anche per questo caso (come per il caso Assai) tutti i requisiti previsti per l’applicazione dell’amnistia”.

E’ la stessa formula che la sentenza usa, infine, nei confronti dei membri del Consiglio di amministrazione (Masini, Piepoli, Salvaterra, Marini, Vercesi) nonché del sovrintendente prof. Sollazzo e del segretario generale dott. Magnanensi: ”Gli imputati… ebbero reiteratamente notizia dei reati di cui ai precedenti capi di imputazione, nell’esercizio o comunque a causa delle loro precipue e rispettive funzioni; ciononostante pur trattandosi di delitti non punibili a querela della persona offesa ma perseguibili d’ufficio, essi omisero deliberatamente di farne denuncia ali’Autorità giudiziaria”.

A distanza di quasi sette anni dal comunicato apparso sul Corriere della Sera il 26 gennaio 1961, appaiono ora in evidenza la “regolarità amministrativa”, il livello della classe sanitaria “all’altezza delle migliori tradizioni milanesi”, la serietà di un Consiglio di amministrazione che non aveva trovato gli “estremi di reato” per una denuncia all’autorità giudiziaria. Toccata su questioni delicate come “capacità professionale”, “senso morale”, “correttezza scientifica”, “responsabilità penale”, la categoria medica si era rinserrata a scudo, ritrovando l’antico spirito della casta sacrale: infallibile e intoccabile. Uno spirito che oggi si può altrimenti dire mafioso.

 

http://astrolabio.senato.it/astrolabio/files/1968/1968_36.pdf#page=30

 

Milano – Fatto in Italia il primo trapianto di una vena

 

Tempo/ 1968/52 – 21 dicembre 1968

 

Un caso senza speranza, come tanti. Arrivata in ambulatorio per una semplice visita di controllo, la piccola Nicoletta Tosca viene trovata affetta da un male inguaribile, un tumore maligno che le ha già distrutto un rene, riproducendosi anche nella parte inferiore del polmone. Sei anni appena compiuti, Nicoletta è una bambina del tutto normale, all’apparenza: una struttura fisica ben proporzionata e solida (pesa 25 chili), un’intelligenza vivace (ha già imparato a leggere e a scrivere), una sensibilità già attenta dietro gli occhi nerissimi. E’ figlia unica, allevata con cura meticolosa dai genitori che, non più giovanissimi, ne hanno fatto il centro della loro vita ordinata e modesta, il padre Giovanni Tosca, 46 anni, capo reparto all’Alfa Romeo di Milano, la madre Chiara, 42 anni, che ha lasciato l’insegnamento dopo la nascita della bambina.

Tutto è sconvolto nello spazio di un giorno, il tempo necessario per gli esami e le analisi che non lasciano speranze. Ma Giovanni Tosca non si rassegna: è disposto a dar fondo a tutti i suoi risparmi, a indebitarsi anche, ma vuole che la figlia sia operata dal più bravo, dal più famoso dei chirurghi. Al Fatebenefratelli di Milano i sanitari gli danno un’indicazione precisa: c’è un solo medico capace di fare qualcosa per la sua piccola, il prof. Lorenzo Sarti, dell’Ospedale dei Bambini di Milano. Non è un nome famoso, né l’operazione costerà molto: il prof. Sarti infatti è solito non richiedere compensi personali per i suoi interventi.

Nicoletta Tosca è operata il 26 febbraio di quest’anno, 5 giorni dopo la casuale scoperta del male. L’intervento si protrae per 4 ore. Oltre al rene destro e a una parte del polmone, il tumore ha inglobato anche tutta la vena cava inferiore, e si pone quindi, oltre l’esigenza di asportare gli organi colpiti, anche quella di sostituire la vena intaccata.

 

E’ questa la parte più difficile dell’operazione, e la più pericolosa per le complicazioni che sempre ne derivano, in ispece la trombosi, vero spauracchio della chirurgia delle vene. Tre soli casi di trapianto venoso della cava sotto le renali si ricordano al mondo: quelli operati da McPeak, da Sessions e Scott e da Michael De Bakey. In tutti e tre gli interventi si è usato materiale umano conservato (porzioni d’aorta), ma in tutti e tre i casi la trombosi ha inesorabilmente colpito i pazienti dopo l’operazione.

Il prof. Sarti usa invece per il trapianto materiale artificiale (una protesi tubolare in deflon corrugato, quello che in genere viene usato per sostituire le arterie), innestando su di esso la vena del rene superstite (si può parlare per questo secondo aspetto dell’operazione si autotrapianto venoso del rene). E’ il primo tentativo del genere praticato al mondo. Hanno partecipato, oltre al prof. Sarti, capo-équipe, il dott. Guido De Luca, il prof. Antonio Bonelli, il dott. Giorgio Russenberger, il dott. Angelo Penna, l’anestesista dott. Enrico Rovelli e il dott. Enrico Colucci.

A quasi 10 mesi di distanza, esso può dirsi perfettamente riuscito. Da molte settimane ormai Nicoletta Tosca ha ripreso a correre, a giocare con le sue numerosissime bambole, a scrivere ordinatamente sui suoi quaderni. Certo, la sua vita è un poco cambiata, così come il suo aspetto, l’intensità delle sue espressioni. Si è fatta più alta e snella, gli occhi ancora più profondi, i capelli tagliati corti che solo da poco hanno ripreso a crescere. Ogni due-tre mesi si deve sottoporre a pesanti trattamenti antiplastici (a base di cosmegen) che la prostrano per alcuni giorni, così come sono sempre frequenti i controlli medici: ma tutto questo è in funzione della particolare natura della malattia tumorale (che potrebbe riesplodere in qualsiasi momento), e non dell’operazione di trapianto, risultando ormai perfetta la circolazione sanguigna e renale.

Ora Nicoletta è con la madre in una villetta presa in affitto sulle colline bergamasche, a Berbenno, e qui farà il suo primo anno di scuola, regolarmente. Da grande, lei dice, farà la dottoressa, come il professor Sarti.

 

Cresciuto alla scuola del prof. Valdoni, Lorenzo Sarti non è nuovo a imprese di grande prestigio. Romano, di 47 anni, mise in luce già 10 anni fa le sue non comuni doti tecniche realizzando, primo in Europa, il trapianto dell’aorta in plastica. Numerosissimi, in seguito, gli interventi sui “bambini blu”, fino alle ultime operazioni “a cuore aperto”. E’ il caso, ad esempio, di Cinzia Tonelli, una bambina di Sassuolo (Modena) operata con successo da Sarti due mesi fa per la trilogia di Fallot, lo stesso vizio congenito per cui il piccolo Paolo Fiocca si è recato in volo a Città del Capo da Chris Barnard.

Perché dunque, ci si chiede, un chirurgo di così grande e provato talento è rimasto pressoché sconosciuto in Italia? “Il professor Sarti – dice l’ing. Gianni Trotta, presidente dell’Ospedale dei Bambini – è un sepolto vivo: nel 1962 ebbe il coraggio civile di denunciare alla magistratura e all’opinione pubblica la situazione non certo esemplare in cui si trovava il suo reparto all’Ospedale Maggiore. Evidentemente questo suo modo di agire non è stato ritenuto corretto dalla categoria medica”.

 

L’ostracismo della categoria medica. Nella pratica si è trattato di un vero e proprio ostracismo. Sarti fu sospeso dal suo incarico di aiuto-primario, poi licenziato, infine contro-accusato di falso e finanche di plagio. A distanza di 6 anni dalla denuncia, la magistratura ha fatto giustizia riconoscendo l’esattezza di tutte le circostanze sanitarie allora rivelate dal Sarti e rinviando contemporaneamente a giudizio alcuni dei medici coinvolti nella vicenda.

E l’ostracismo continua ancora, fin dentro lo stesso Ospedale dei Bambini, dove Sarti svolge ormai da anni tutta la sua attività. In base al vecchio statuto del 1898 e non tenendo conto delle modifiche apportatevi in seguito, il Consiglio di Stato, su richiesta dell’altro primario dell’Ospedale dei Bambini (il professor Mario Venzoni), ha annullato in una recente sentenza il reparto in cui opera il prof. Sarti. Questi dunque, pur avendo vinto un regolare concorso, si trova ora in una posizione di assoluta incertezza professionale, proprio nel momento in cui l’ospedale sta procedendo all’ampliamento delle proprie attrezzature (da 120 a 200 posti-letto in chirurgia entro il 1970).

Ma i beneficiati del professor Sarti, i molti genitori che hanno avuto occasione di apprezzare le sue capacità tecniche e la sua carica umana, non vogliono perdere il loro chirurgo. “Lo seguiremo fino in capo al mondo” dice Giovanni Tosca. E la moglie continua: “Abbiamo accettato di parlare della nostra figlia solo per la profonda riconoscenza che gli dobbiamo e perché vogliamo che tutti sappiano che a Milano c’è un grande chirurgo, e che non c’è bisogno di attraversare l’oceano per far curare e guarire i nostri bambini”.

 

Milano – Vince la burocrazia

 

Panorama/ 1977/52 – 29 novembre 1977

 

Era uno dei pochissimi centri italiani di cardiochirurgia infantile: due sale filtro per evitare le infezioni, due camere di rianimazione, strutture adeguate sia in sala operatoria che fuori. Ogni anno venivano operati 200 bambini, 50-60 dei quali a cuore aperto. Potenziato, avrebbe potuto contribuire a risolvere l’angoscioso problema dei circa 4 mila piccoli cardiopatici che nascono ogni anno in Italia, e che raramente riescono a farsi operare. Invece, alla fine di ottobre, il centro dell’ospedale dei bambini Vittore Buzzi di Milano è stato chiuso.

 

Quattro morti. E’ una decisione tanto più grave se si pensa che in Italia, escluse le cliniche private (come quella di Firenze di Gaetano Azzolina), non ci sono più di sei-sette centri attivi di cardiochirurgia, che però operano anche gli adulti. Paradossalmente, poi, mentre il reparto del Buzzi chiudeva, all’ospedale di Bergamo, specializzato in chirurgica cardiaca infantile, morivano quattro bambini per infezione dovuta a sovraffollamento e carenze igieniche.

Formalmente la decisione, presa dal consiglio di amministrazione dell’ospedale, non fa una grinza. Il piano ospedaliero della Lombardia, approvato nel 1974, prevedeva infatti la chiusura del reparto entro la fine del 1977, e la sua sostituzione con un reparto analogo al nuovo Policlinico di Milano. Ma questo ospedale non è stato ancora costruito, né lo sarà a breve scadenza. Come è stato possibile, allora, un paradosso burocratico del genere?

Spiegazioni ufficiali non ce ne sono. Secondo Lorenzo Sarti, primario del reparto, un cardiochirurgo con un brillante passato professionale, alla radice dello smantellamento del reparto c’è una sorda lotta di potere fra quelli che lui definisce i “baroni del cuore”. “E’ da anni che il mio centro viene progressivamente scorporato: nessuna assunzione di personale qualificato” dice. Se è vero che la chiusura del reparto era prevista, è anche vero che la commissione istituita dall’assessore Vittorio Rivolta per studiare un settore delicato come la cardiochirurgia non consultò neppure Sarti: “Anche se, allora, ero l’unico cardiochirurgo di ruolo della regione”.

Forse, secondo opinioni raccolte da Panorama nell’ambiente medico, a Sarti non è stato ancora perdonato un atto clamoroso che risale a una quindicina di anni fa, quando presentò una precisa denuncia alla magistratura su certe disfunzioni dell’Ospedale Maggiore. In seguito alla denuncia (sulla quale la magistratura non ha mai emesso una sentenza) Sarti fu immediatamente escluso dal giro dei “baroni del cuore”, e non è stato più riammesso.

 

Selezione naturale. Ma, al pari delle polemiche fra primari, ai piccoli (o grandi) cardiopatici italiani non restano oggi che due soluzioni: andare all’estero, soprattutto in Svizzera o negli Stati Uniti (spendendo milioni), o entrare nelle così dette “liste d’attesa”. Che, per i poveri, nella tragedia della malattia, rappresentano un dramma in più: “Quanto più gli ammalati devono attendere prima che arrivi il loro turno per essere operati” dice Laura Conti, medico e consigliere regionale del Pci, “tanto più si attua in pratica una selezione naturale tra di essi: i più gravi moriranno prima del ricovero, e ai chirurghi arriveranno solo i più forti”.

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